La critica


Ferdinando Anselmetti

Una pittura astratta come astratti sono i teoremi analizzati dall'astrusità della materia, trasformati a livello artistico in un incanto e magico sortilegio.

D'altra parte l'esprimersi visivo di una concezione matematica non poteva che connotare canoni di pittura totalmente diversi, anche se compresi all'interno di una materia prevalentemente esatta, pertanto l'intensità dei colori usati da Di Biase si concretizza in valenze volumetriche, nell'intreccio di linee e disegni dalla materia geometrica, nell'entità di forme ben delineate. E in questo caso il voler vedere un riferimento o un richiamo alla lezione di Kandinskij o di Chagall diventa puramente indicativo, senza essere sottointeso come richiamo a una scuola a un privilegiato autore di docenza. Sarebbe facile infatti riscontrare l'accenno a preesistenti affermazioni, poiché in realtà ben poco resta da scoprire, soprattutto oggi, in un periodo di ridotte capacità interpretative; resta pertanto secondario per Di Biase questo tipo di riferimento, non certo voluto ne ricordato in quei trascorsi pittorici che ancora oggi fanno epoca. Ed è riferendomi invece a un corsivo di Roberto Gervaso, che ha precedentemente presentato una personale dell'autore che sento il bisogno di adottare, nella loro chiara semplicità, quelle parole in cui dice “dipinge come vorrei dipingere io se facessi il pittore"; dissipando in tal senso ogni eventuale scolastico richiamo rispetto al troppo variato contesto del nostro autore, che accentra e dilata le proprie convinzioni matematiche costruendole nell'uso degli spazi e nella ricerca dei volumi, nella scoperta di una natura pittorica originale ed evidentemente liberatoria poiché ricca di sensibilità. Una natura tradotta in arte come evasione spirituale.


Carmine Benincasa

“J'appartiens ou passé par toutes mes racines et ce n'est que le passé qui fait l'avenir”, scriveva la poetessa russa Marina Cvetaeva. Se il passato di Vincenzo Di Biase è Platone, Eraclito, Newton, Einstein o la scienza e la matematica contemporanea, il suo futuro è il tentativo di verificare l'assoluto, la poesia della libertà, la liberazione pulsionale del fare, del gesto, del segno del corpo attraverso il battito della mano che inscrive la trasparenza della pittura.

Segni sull'assoluto, e frammenti di un cantico di assoluzione: per quel sogno antico. Dinnanzi al tribunale del colore, l'artista si presenterà puro.

Nella pittura, Di Biase non pensa, ascolta vortici e lascia fluire equazioni e logica, per poi ricercare - con la pittura - un'esatta declinazione del colore e una intatta incarnazione nei segni. E qui nel colore ritrova alfine la libertà del cuore, lasciando alle spalle le trafitture della memoria e della ragione. Solo così pullulano nei suoi quadri immagini rubate al tempo del vivere e icone che ritrovano nei titoli l'identità della sua storia di scienziato.

In pittura l'ordine è poetico e non scientifico, perché in pittura non si può parlare di scienza del colore, ma di coscienza del colore. Di Biase si fa in pittura un fragile testimone del vortice dell'impotenza delle cose e di un universo scientifico che non sfugge alla fallibilità. La pittura è il suo castello di sabbia, perché come un bambino ritorna al fascino del “paese delle meraviglie”, ove può toccare e manipolare la realtà con arcobaleni di luce e dare ai quadri il nome di conoscenze appartenenti solo alla ragione. E come Alice alfine liberare il cuore e ricongiungerlo all'esprit de geometrie attraverso l'esprit de poesie.

L'incantamento del mondo conduce uno scienziato verso la poesia del colore non solo e non tanto per impotenza dinnanzi alla meraviglia del creato, ma anche per mimesi, per vivere una esperienza analoga al canto silenzioso delle cose. Un cuore nuovo, uno spirito nuovo sospinge a uscire dalla prigione astratta della matematica per guardare la natura e vedere nella realtà visibile ciò che in essa non è visibile, come diceva Paul Klee nelle sue poesie. E così la ragione coglie e assume la disponibilità dell'evento attraverso la Pittura: è la Grazia di cui parlano i mistici e i teologi.

Lo spirito non si vergogna dell'indigenza della ragione e attraverso l'atto pulsionale del corpo e del braccio ricostruisce l'universo attraverso la musica silenziosa del cuore. Fu anche l'esperienza di Giovanni della Croce attraverso la Poesia.

Ludwig Wittgenstein è stato un grande filosofo logico dei primi decenni del ventesimo secolo, e tuttavia con il suo ultimo libro Philosophical Investigation giunge al misticismo come forma e forza cosmica. Diventa un logico blasfemo e un mistico eretico. Con lui la filosofia giunge al silenzio, all'afasia dinnanzi a ciò di cui non si ha diretta esperienza nel reale. Non c'è che la dissoluzione cosmica. In uguale misura Vincenzo Di Biase impone silenzio alla matematica per dissolversi nella realtà cosmica della luce. E la luce se c'è, non si vede. E Di Biase inseguendo il colore va braccando con esso il fantasma della luce, l'epifania del colore, l'apocalisse della visione. E questa è un'altissima testimonianza che ci commuove. La vibrazione dell'aria, dell'atmosfera visibilmente impenetrabile si consuma intorno al rogo delle briciole di caldi rossi e confonde il tratto di una lingua impotente a dire l'abbandono cosmico totale. La sua vita di matematico non lo preoccupa più: ora Di Biase può pensare solo alla pittura e ai suoi resti. Qui nell'incendio del colore si scorgono indizi impercettibili di logorio del discorso scientifico, per trovare la pace che solo l'amore alla pittura sa e può dare. E, in questi quadri, si sente ricominciare a battere il polso della terra.

Districare il groviglio di opacità materiche è il tentativo prepotente del desiderio di invadere e farsi invadere dal paesaggio della pittura. E tuttavia il colore è il traguardo di Di Biase, non il suo idolo. La luce e la trasparenza è l'unico scopo scientifico e poetico. Da questo desiderare-ricercare d'improvviso si è aperta la porta del mistero. E allora, nello spazio piccolo di un quadro, si possono vedere nascere tutte le cose, e i molteplici mondi dei numeri matematici. L’artista stesso nasce con questa cognizione. Nasce alla gioia, lo stupore che una e medesima sia la radice dell'universo matematico e del mondo di luce e del colore, una e medesima sia la scienza e la coscienza, e che solo la lingua del dire è diversa.

Nelle opere più recenti il movimento eracliteo delle sue forme e delle sue composizioni si placa in una solennità di architetture e di paesaggi parmenidei, quasi a indicare che l'esistenza del fluire assuma il sapore dell'essere, della definitività di paesaggi senza più storia. A mio parere è una percezione ingannevole, perché nella trappola dell'immobile o della completezza delle forme si possono scorgere filamenti di mutamento, forme in divenire. L'irrequietezza dei segni e dei colori gocciola nel fluire della compattezza dell'immagine, quasi a suggerire che l'essenza dell'essere è nella metamorfosi ineluttabile della vita. L'essenza è tale solo se diventa esistenza, e l'esistenza è solo e sempre storia, cioè movimento che per divenire eternità deve compiere ogni volta il suo cammino di ricerca, ineluttabilmente.

L'artista potrebbe ripetere ciò che Marina Cvetaeva diceva di sé: “Non cambierei con nulla al mondo ciò che faccio. Conoscendo il più creo il meno”. E tutto è dinnanzi alla coscienza dell'artista: nascita e fine, effimero ed eterno, mutamento e immobilità, morte e resurrezione. E se “esiste l'ultimo giudizio” sulla pittura, “davanti ad esso sono pura”.


Nicolina Bianchi

Troppo spesso ormai ci sorprendiamo ad osservare quella meraviglia di luci e colori che rappresenta la moderna formula cromatica di Vincenzo Di Biase. Una formula distante dalle convenzioni di placidi figurativi e molto più vicina, invece, ad una esplorazione personale e personalizzata, dal tempo e dall’esperienza creativa di numerose e diversificate alternative d’espressione.

Un’opera, la sua, aperta ad ogni esclusiva analisi di messaggi astratti, di linee e forme costruite d’istinto e rinnovate ogni volta come un eccezionale evento del colore. Quel colore che per Vincenzo Di Biase ha avuto da sempre la maggior presa su quel lirico e incantato spazio della tela.

L’avvio al suo dipingere, percepito come impulso intenso ed ancora descrittivo nei suoi piccoli e spioventi tetti rossi, è nei ricordi delle sue prime atmosfere paesaggistiche, in quelle case della dolcezza incantata del bianco che davano un senso ad una libera inventiva prospettica nella sottile suggestione dei luoghi. Era già quello il significato di un destino, di un crescere e di un maturare pittorico secondo una personale logica di identificarsi nell’arte, o meglio di appassionarsi, nel silenzio del suo studio, ad una vita da artista.

Il linguaggio del colore e della sua gamma cromatica, unica “voce” percepita come fondamentale armonia nella profonda esplorazione della pittura, si è consolidata nel suo importante e continuo confronto con l’iconografia della forma, mutando immancabilmente tutta la sua vicenda creativa.

I suoi dipinti, suggeriti come infinite architetture, hanno costruito negli anni quei dilaganti intrighi materici e quella visione d inevitabile simbolismo come in un piccolo teatro del mondo dove cose, atmosfere, emozioni, e spesso l’intero universo della natura, riescono a vivere nella fantasia e nel sentimento di una tangibile indipendenza inventiva.

Che importa se a volte non possiamo identificare il denominatore comune delle opere?

In ogni dipinto, in ogni struttura, la concentrazione del colore, mantenuta in tonalità “maggiore” o “minore” nella sua ampia e comunicativa tavolozza, e l’espressione di ogni ritmo, di ogni segno, sottolineata da una più forte o più sobria annotazione cromatica, ci appaiono chiaramente come la cifra di una vera interpretazione del reale e assumono come per magia un preciso significato di dialogo creativo, quel dialogo che evoca e fa risuonare nella sua ricerca una identica associazione di temi e di valori compositivi.

Proprio allora i segni, le diverse sfumature di azzurro, le sue schegge impazzite di rosso, i suoi lunghi spicchi di nero stagliati come guglie verso l’alto, e i fondi centrali del bianco su cui campiscono magiche forme-colore, dividono senza estremo distacco l’orizzonte.

La terra e il cielo, si uniscono in un unico diaframma di luce, si muovono in una giusta posizione di linee verticali, di piani, di masse materiche in una continua profondità di movimento.

Per questo le opere di Vincenzo Di Biase vanno osservate come in una attenta meditazione, lasciandosi magari emozionare davanti ad una “rada” di colori, o alla pioggia delle sue “comete cubiche” che inventano brillanti scenografie ed armonizzano, negli accenti evocativi delle immagini, il preciso carattere della sua pittura.


Alessia Bisantis

Non so quale principio accomuni i pittori di mano astratta, non so neanche se esista un principio comune che unisca il pensiero di questi artisti.

Di certo nelle opere di Vincenzo Di Biase c'è quale principio, una dichiarazione d'amore al colore ed alle forme assunte dal colore.

Non è difficile accorgersi che egli si immerge sempre, costantemente e con una dedizione assoluta fin nelle viscere di questo colore, giocando con le sue forme, manipolando l'essenza e sprigionando la forza che schiettamente ci rimanda nella visione in toto dei suoi quadri, lasciandoci a volte sorpresi, pensierosi appunto, riflessivi e curiosi.

Credo che in Vincenzo Di Biase alberghi un po' quella stessa ossessione di cui parlò Claude Monet "Il colore è per me perenne ossessione, gioia e tormento". Guardando queste tele, grandi e piccole, penso che il pittore ami al punto tale il colore da prediligerlo sempre di più alla forma che nell'astrattismo ha solitamente notevole corpo se non consistenza tangibile.

Noto infatti che le opere più recenti di Vincenzo Di Biase, si sono spogliate di molte strutture grafiche che il pittore proponeva per esempio nei primi anni 90, e la nuova forma è plastica e quasi fusa al colore: esse sono un tutt'uno, una voce sola.

Ad oggi egli non ha più bisogno di quelle impalcature grafiche per “reggere" la sua opera; ne fa volentieri a meno perché l'amore per il colore in lui si è unito all'esperienza e ad un gusto per una nuova forma che danno equilibrio all'intero quadro.

Un'Opera introspettiva e riflessiva, ricca anche di una nuova progettualità, più essenziale ma anche più poetica. 'Le menti più pure e riflessive sono quelle che amano il colore sopra ogni cosa": Di Biase sposa con indubbia consapevolezza questa causa, la causa di un colore e di una forma che hanno bisogno di grande respiro, quindi di un supporto, la tela, anche più grande.


Gaetano Maria Bonifati

L'elemento essenziale dello spazio viene concepito da Vincenzo Di Biase come unità libera di espressione, particella cromatica del linguaggio pittorico, scomponibile nell'in¬finitesimale materico dell'energia, che diviene luce scagliata a scolpire gli elementi pittorici rendendoli luminosi e brillanti. Le dinamiche che vengono a generarsi tra le as¬sociazioni formali sono in continua mutazione e non ammettono condizionamenti esteriori, rigidi, nella propria struttura, ma si risale, con una certa evidenza stilistica, a un comune intervento dall'interno del quadro a farsi manifestazione di potenti eventi psichici.

Il linguaggio è pluriconcettuale, e non si muove lungo binari definiti, pur mantenendo un concreto e indissolubile legame con le sperimentazioni dell'approccio razionale-costruttivo alla realtà visiva. Esso rende partecipe ogni esperienza della forma e del colore, dissolvendo in sfumature interi linguaggi monostrutturali, conferendo loro nuovo vigore e attribuendo di volta in volta un significante differenziato in relazione agli accostamenti determinati nello spazio e nella struttura luminosa del quadro.

L'artista lascia, quindi libero il campo alle possibilità autogenerative delle miscele cromatiche, prediligendo i toni che si impongono autonomamente come dominati nel paesaggio pittorico. Cosi assistiamo al passaggio della materia del colore che si scioglie in liquido cromatico.


Editta Castaldi

Una delle principali qualità dell'Uomo consiste nella sua capacità fabulatrice. L'Universo di Vincenzo Di Biase anche in bianco-nero (ma di gran lunga preferisco il colore) è colmo di Fantasia e Poesia; le sue immagini - cosiddette "informali" - non solo esprimono personali esplosioni della sua sensibilità ma, a mio modesto avviso, hanno il pregio di trasmettere emozioni che coniugano non solo forza e delicatezza moderna ma anche "remote origini".


Alessia Cervelli

La scomposizione astratta della razionalità matematica nel Maestro Vincenzo Di Biase

Pur essendo passati più di novant'anni, lo spirito del "Der Blaue Reiter", vive e rivive ancora nelle opere di Vincenzo DI Biase, artista eclettico che ispirandosi, inconsciamente, come se preesistesse un filo conduttore cosmico, ai grandi maestri che facevano capo a quel movimento e all'"espressionismo informale", crea originali composizioni in cui il colore diviene il protagonista principale dell'opera insieme alle linee che liberamente si muovono sulla superficie. I pigmenti si mescolano l'uno nell'altro dando la sensazione di essere davanti ad un mosaico, attraverso il quale si riesca ad elaborare e filtrare in modo complesso  a volte eccentrico e sognante, la collettiva e banale visione del reale, creandone una nuova dove, con l'aiuto dell'artista, compiere un viaggio spirituale tra le proprie fantasie, facendo incontri alieni o semplicemente assistendo ad un'aurora boreale.

Viaggio spirituale ma anche mentale in cui i pensieri si fanno leggeri e si lasciano trasportare dalle suggestioni visive ed emozionali che queste opere esprimono, con colori decisi,   audacemente accostati ma smorzati dall'uso del bianco, presente in maggior o minore quantità a seconda del soggetto. Immagini reali, figure umane, si distorcono nell'essere osservate dall'artista attraverso un caleidoscopio che, deformando, anima di nuova vita soggetti comuni, li vivacizza, dando all'osservatore la possibilità di entrare in sintonia con l'esecutore attraverso l'espressione, forse inconsapevole, della propria personalità.

Il suo passato da matematico  r;torna, scomponendosi nel caos ritmico di pennellate nervose, schizzate, abbozzate attraverso l'uso di diversi materiali come l'olio o la vernice acrilica, combinate insieme in un'armonica sequenza cromatica pervasa dal dinamismo di un intelletto in continua evoluzione. Riferendosi volontariamente o meno, a Pollock, Mondrian e Kandiskj, Di Biase rielabora a proprio modo, un sapere universale rinvigorito dal suo estro di pittore contemporaneo, fantasioso e libero mentalmente da ogni ordine precostituito, che caratterizza la purezza della sua espressione artistica.


Dino Cimagalli

La razionalità, la logica e il rigore, che non ammettono indulgenze, del matematico. La fantasia, la sensibilità, l'apertura al sogno, e soprattutto l'intuizione dell'artista.

Queste due sfere, apparentemente impenetrabili l'una all'altra, convivono armonicamente nel mondo di Vincenzo Di Biase, pittore e docente di matematica e fisica. Di Biase si è proiettato fuori dalla complessità dimensionale dei numeri, pure ricca di un suo fascino per chi sa interpretarla, investigando laddove la matematica e la fisica si fermano: alle soglie dell'ignoto, nell'essenza più intima e misteriosa del visibile, scrutando e plasmando anche l'invisibile, attraverso l'occhio magico dell'anima.

La matematica, la fisica, le scienze esatte della sua realtà d'ogni giorno, sono presenti lì, sotto i segni ed il trionfo dei colori, per suggerire all'artista-professore l'idea-forma di tutte le altre possibili realtà. In Di Biase convivono in armonia (meglio, in una sorta di osmotica integrazione) la sfera razionale dei numeri e quella fluttuante della creatività, che attinge forza anche dai misteriosi, inesplorati sentieri sublimali. Solo apparentemente le due sfere appaiono in posizione di antagonismo. Lo stesso Di Biase spiega che non è possibile trascorrere trent'anni di vita senza rimanere influenzali dalla propria attività. Nelle sue opere si ritrovano, deformalizzati, tutti i segni, i simboli, le linee, i numeri di cui è fatta la matematica.


Renato Civello

"Emozione del colore" è l'approdo ad una "musica del colore". Ma, a ben riflettere, al di fuori di tanti usurati chimismi lirico-visivi si avverte, piuttosto, nella sicura padronanza della intelaiatura cromatica, non ancora astrazione ma non certo mimesi, quell' "orfismo" di cui ci parla Apollinaire: la misteriosa intuizione che prelude al rapporto più alto, all'oltre frontiera. Pittura, poi, del tutto fruibile anche se complessa; affidata a quella "salvezza degli occhi" che un grande poeta mio amico, Alfonso Gatto, scorgeva nell'opera degli artisti che non contano sulla mistificazione.


Egidio Maria Eleuteri

Il mondo complesso dell'arte spesse volte pone delle problematiche interessanti come, ad esempio, quella di uno storico specializzato in quel segmento importante che è la pittura italiana dell'ottocento, che si soffermi ad osservare ed apprezzare un periodo artistico differente da quello ove generalmente opera.

Ovviamente il tutto viene filtrato dalla personale "capacità di lettura" e setacciato attraverso quel processo storico-culturale che nasce nella nostra mente e che ci rende liberi, aperti al dialogo, attenti alla nascita di ogni nuovo frutto che potrebbe essere buono per il proprio nutrimento interiore. Potrebbe così meravigliare che una persona attenta alle "cose che hanno il sapore del tempo" possa essere interessata da un tipo di arte contemporanea molto lontana da quel mondo "Borghese" e "Romantico" che è la pittura del XIX secolo.

Poiché parliamo delle opere di Vincenzo Di Biase è importante chiarire che abbiamo di fronte un artista serio ed un rigoroso intellettuale, attento ricercatore di quei nuovi sviluppi legati a quella complessa problematica che è il mondo dell'arte. Di Biase, artista vero, erroneamente indicato come autodidatta poiché è un creativo ed un ricercatore di nuove espressioni, ed inoltre è un deciso operatore culturale che sa esprimere la Sua attenzione a quei mormorii e a quegli odori che difficilmente si colgono nel momento attuale, riportando nelle Sue opere, con delicatezza e passionalità questi "microcosmi".

Alcuni critici lo definiscono "un artista" che opera nel campo dell'informale, un alchimista emozionale teso a sublimare sulla tela dei movimenti innovativi, un creativo che recupera nella sua memoria la "storia" di Mondrian, PoIlok, Kandinsky. In realtà Vincenzo Di Biase è un artista sia per spinta inconscia, che per ricerca culturale (artisti si nasce, non si diventa).

Infatti fin da giovane, poiché le Famiglie Borghesi all'epoca pretendevano la laurea per i figli, si laureò in matematica ma alimentò sempre quella tensione interiore che lo spingeva ad esprimere e a raffigurare su carta, su tela, su legno, su pietra, ovunque potesse, la sua visione sui fatti della vita. Istintivamente, poiché acquisiti come docente di scienze matematiche, proietta nei suoi dipinti l'inconscio di un mondo che può vivere per quell'insieme di leggi, di regole, di realtà, che regolano la vita odierna. Non a caso la matematica è alla base di tutto o quasi tutto il sapere moderno (dalla ruota alla musica, dalle costruzioni all'agricoltura, dal viaggiare al mediale). Inoltre, come pochi altri artisti del suo campo, pone il problema esistenziale nelle sue opere.

Come alcuni secoli fa fece Piero Della Francesca nella sua ricerca sulle leggi formali dell'estetica. Ma fu proprio il grande Burri, medico prigioniero degli Americani, internato per oltre due anni dalla fine dell'ultimo Conflitto Mondiale in un "Criminal Fascist Camp" che pose il problema a quegli Intellettuali che come Lui avevano visto il loro Mondo crollare sotto il peso della sconfitta dell'Asse e che quindi bisognava iniziare la "Grande Ricostruzione" nella visione del "nuovo" usando le materie primordiali, il ferro, il legno, il fuoco, la tela grezza, non un'arte povera ma l'arte come materia prima per ricostruire; cosi come "La Fenice" risorge dalle proprie ceneri.

In Di Biase il discorso viene continuato attraverso una versione che in apparenza è informale ma che in realtà nasce e si sviluppa attraverso un concettuale ed interessante gioco cromatico, e quelli che appaiono come virtuosismi sono invece il risultato di uno "stato ansioso" creativo che si pone non come gioco di colori lanciati qua e là quale piacevole caleidoscopio, ma la raffigurazione del "Messaggio" che vive in un coinvolgersi e compenetrarsi di colori che in un continuo svilupparsi di forze di luce e di forme esistono e raffigurano la vita, la sua intimità, la sua solarità e la sua emozionalità.

La dimensione cromatica che appare in tutte le opere di Di Biase è il suo racconto, è la visione del suo cosmo che tende a rappresentare la tramutazione del "Messaggio" in frammenti di cronaca del quotidiano che nell'insieme sono il senso della storia e spirito del tempo.

Questi frammenti componenti continui della realtà, della vita odierna, non escono come una visione dell'immaginario ma come documentazione di quello che l'uomo oggi vive in questa società di caffè presi in fretta, di ricerche affannose di posteggi per la propria vettura, di camminate angoscianti verso i negozi del centro, di letture fugaci di quotidiani, di ascolti disattenti di telegiornali, di continue visioni di vecchi film che, invece, documentano con precisione un mondo, un modo di vivere scomparso. Un rivolgersi sconsolatamente all'indietro ma che non è un ricordo perso nella polvere del tempo, ma la realtà delle "nostre radici", che in quell'epoca ci permettevano di pensare o meditare, di vivere quei "valori" che oggi non fanno tendenza e si dicono sorpassati o fuori dalla logica attuale. Questo vivere la decadenza "dell'Occidente" ci pone una serie di interrogativi che Di Biase è ben conscio di affrontare nelle sue opere. Sono queste ultime piacevoli notazioni vivificate da quei tratti decisi, costruttivi, lineari, quasi impetuosi, che permettono a Di Biase di attraversare la dimensione del giorno, di spingersi verso quello che pochi artisti sentono e che riescono, attraverso una visione cromatica di altissimo livello musicale, a raccontare. E narrano di paesaggi, di momenti felici, di immagini come foto della vita di ognuno di Noi.

Sono dipinti forse di non immediata lettura, ma di profonda verità che vanno oltre la consueta dinamica concettuale di espressione pittorica, sono la nitida documentazione di un mondo, quel mondo che le per-sone libere cercano di recuperare, non solo per viverlo, ma per poterlo lasciare quale eredità alle nostre generazioni future. Ricordando che anche in una certa arte contemporanea, concettuale, informale o di tendenza vi è quell' "Humus" che poi permette la crescita e quindi il ricordo non solo come nostalgia del passalo ma come premonizione dell'avvenire.


Patrizia Ferri

La nostalgia di un tempo perduto, miticamente proiettato nel futuro come speranza di un'umanità finalmente felice, è l'eredità che l'arte del secolo scorso ha consegnato al nostro. Un'eredità largamente accolta da Di Biase secondo cui la tensione sperimentale, la ricerca di linguaggi diversi di espressione ha il senso di penetrare una realtà sconosciuta, nascosta dietro le pieghe fenomeniche o nelle profondità della vita inconscia, per ritrovare quel luogo segreto dove recuperare lo stadio incontaminato dell'unità originaria tra uomo e natura.

"Sogniamo viaggi attraverso l'universo, ma l'universo non è dunque in noi? Il cammino misterioso conduce verso l'interno. E' in noi, e in nessun altro luogo, che c'è l'eternità con i suoi mondi, il passato e l'avvenire" ha scritto Novalis, ricordando che "Ogni discesa in sé, ogni sguardo verso l'interno, è nello stesso tempo ascensione, sguardo verso la vera realtà esterna". Vincenzo Di Biase si immerge, scende dentro di sé, prende tutto ciò che trova e risale alla superficie, recando con sé immagini tra sogno e realtà, visioni di uno stadio dell'essere dove vita psichica e organica sono tutt'uno secondo un atto creativo che ha tutta la forza di un puro atto di esistenza.


Edmond Galasso

Molti concordano sul fatto che la duplice attività di matematico e di pittore ha probabilmente un filo conduttore comune nel ricostruire la realtà empirica, nel riscriverla attraverso un linguaggio diverso. Infatti per chi vuole capire, percepire il messaggio del maestro molisano, deve affrontare questo rapporto "scienza e arte", anche perché Di Biase presenta a priori una pittura complessa fatta di materia e di scatti gestuali e signici. Certo non si tratta di una pittura orientata verso la figurazione, ma di una nuova scoperta della figurazione nata organicamente dalla materia; ed è in un certo modo una pittura provocante dove prevalgono abbinamenti di colori spontanei e strani che creano delle stratificazioni; il che caratterizza la tipica matrice astrattiva espressionistica. Dalle sue opere emergono non solo la creatività artistica ma anche una certa sensibilità spirituale abbinata ad una logica matematica al confine tra lo spirito cartesiano e quello "dell'infinitamente grande" di Pascal. Così con Vincenzo Di Biase il procedimento pittorico ha una coerenza ben definita anche se spontanea e istantanea.


Livio Garbuglia

La volontà-atto-generazione e la limitazione temporale e spaziale dell'individuo. Tracciato-vita liberato dalla soggettività individuale ed empirica.

Su scala di coerente pensiero Vincenzo Di Biase fonda il trasporto dalla naturalità ad una sigla ragione-coscienza-volontà, che si snoda sulla superficie identità-pervenuta con un movimento di fisicità immediata, negando materia e peso per ondulare con una pulsazione che si riflette nella scena atto-volitivo di un tracciato consapevolmente liberato. La volontà è l'idea spirito-originario: per essere conosciuta appare come corpo precursore e come materia rifondata, ossia diviene rappresentazione d'arte se entra nel tempo, nello spazio e in tutte le forme del conoscere-divenire-essere. Può soggiungere un riscatto, la rigenerazione instaurata del conoscere-divenire-essere, il piacere della contemplazione della natura meditazione sull'atto generativo e più ancora il momento definitivo dell'arte, che è come un conoscere elevato, un conoscere purificato da tutto ciò che è imbarbarimento acquisito, e rivelato a noi dall'artista. L'opera volontà-atto-generazione di Vincenzo Di Biase, colloca l'intervento creativo dell'artista in una dinamica di anticipazione consapevole delle conoscenze disposte a cogliere il processo umano nella continuità ininterrotta di flusso temporale, nell'estensione infinita del tempo e dello spazio. La consapevolezza matura si fa emblema e metafora del processo destino-umanità: la contemporaneità si tuffa nel futuro anticipandone le scansioni e prefigurando le chiavi d'accesso alla comprensione di più avanzati e lontani scenari, alla limitazione temporale e spaziale dell'individuo. Ci si può interrogare se l'opera di Di Biase non dispieghi allora, secondo una sorta di eterogenesi dei fini, il suo divenire-essere rendendo possibile che la successione degli eventi interiori assuma sviluppi particolari e apparentemente insondabili nella cogente evenienza del disporsi dei fatti interiori rivelati, man mano che si producono nella determinazione tempo-divenire-essere.

L'opera rappresenta il consolidamento di una poetica che sfiora in qualche parte l'emblematico, come nelle immediatezze proporzionali regolate della superficie rispetto agli impianti prospettico-spaziali, e in specie nei rapporti tra spazi ritmo a flusso continuo e spazi a fisicità immobile, predeterminati per l'esatta volubile distanza di visuale e la giusta collocazione  alla  lettura  luce-colore  dello  spettatore  implicato  nella rappresentazione. L'aderenza a formule compositive di un'essenzialità coltivata si riscontra nella costruzione compositiva, con il colonnare espansivo intorno al quale si dispongono le figure di fondazione maggiore, mentre le altre si scalano sulle contrapposizioni di fisicità-libera-riassuntiva; l'impianto da così immediate e agevoli proiezioni verso i diramati paesaggi marini della perentorietà fissata, creando una interna "conversazione" in un clima di limpida familiarità tra le cose. La precisa, rigorosa impostazione è avvertita, sotto la calda sensuosa veste di colore. Le figure fisicità-volontà non turbano lo sprofondare, dell'ampia soglia luminosa e ventilata, nel mare infinito di una luce diffusa che invade lo spazio-cielo dominante e che ha una trasparenza estatica.


Roberto Gervaso

Non sono un critico, ma presumo di avere abbastanza fiuto e abbastanza antenne per considerare Vincenzo Di Biase un artista. Ma non uno di quei sedicenti artisti - e ce ne sono tanti, troppi - che, consapevoli o no, del loro vuoto creativo e della loro povertà fantastica, cercano di imporsi a un pubblico, a una critica, a un mercato che, o per ignoranza o per calcoli, non sempre confessabili, sposano le mode più di moda. Cioè quelle avanguardie, che il tempo poi giustizia, archiviandole fra le retroguardie. Di Biase, credo, che non si sia mai intruppato in questa o in quella congrega, non abbia in tasca né tessere né viatici ideologici: insegna matematica e, quando non insegna dipinge. Dipinge come vorrei dipingere io se facessi il pittore. Dipinge sfruttando magistralmente i colori, componendoli, scomponendoli, intrecciandoli, segmentandoli. La sua è una tavolozza tutta sua, senza un tratto in più o in meno, mai ripetitiva. Gioca con i colori, e i colori sembrano giocare con lui. Quella di Di Biase non è pittura. E qualcosa di più: magia. I suoi oli e smalti su tela emanano fluidi cromatici (si dice cosi?) carichi di radioattività emozionale. Si sente che l'artista sente quel che esce dal suo pennello, cioè dal suo cuore, ammesso che qui risieda e da qui parta quella scintilla superiore infusa nell'uomo dal grande orologiaio del cosmo, come lo chiamava Voltaire. lo, comunque ripeto, non sono un critico, e tutto lascia prevedere che non lo diventerò mai. Di Biase mi piace e basta. Se cercassi di capire e di far capire meglio ai lettori perché, gli farei un grave torto. Gli artisti, quelli veri, non hanno bisogno di arzigogolate ed indecifrabili chiose. Si commentano da sé. Con le loro opere e con il loro talento.


Augusto Giordano

Il Maestro Di Biase sa creare cultura con talento, in ogni tela c'è "musicalità", tutte le opere si "muovono e corrono" verso chi le osserva, i colori sono belli come l'arcobaleno e come l'infinito che Dio ha creato. In ogni tela Di Biase presenta con "filosofia dipinta" le sue sensazioni che sono percorsi di vera arte.

L'artista ha un "io" profondo e sa prendere, nel suo pen¬siero di studioso e di docente, gli attimi più "veri" di sentimenti artistici che arricchisce di volta in volta sempre con studi particolari.


Salvatore Italia

Vincenzo Di Biase appartiene a quella categoria di artisti che non fanno parlare molto di sé, non amano la grande ribalta ma operano con passione e vivono con grande intensità i momenti espressivi di un’arte che è frutto di indubbia capacità professionale.

Sono proprio queste figure di artisti che meritano più attenzione da parte dei critici e del pubblico ed ai quali mi pare doveroso offrire il riconoscimento delle pubbliche istituzioni.

Al pittore romano e alla sua raffinata sensibilità l’Archivio di Stato di Roma dedica una importante rassegna, nell’ambito della VII Settimana della Cultura.

Lo straordinario contesto di S. Ivo alla Sapienza costituisce un richiamo quanto mai suggestivo per lo spettatore che può ammirare, con interesse e stupore, le opere di un artista il quale riesce a coniugare, con eccezionali risultati, talento, stile e creatività espressi mirabilmente, attraverso una sapiente varietà cromatica e una felice trama disegnativa.

A Vincenzo Di Biase l’augurio di continuare un percorso ormai maturo e luminoso dal quale ci attendiamo altri, importanti momenti.


Italo Marucci

Vincenzo Di Biase opera nell'ambito di una ricerca puramente astratto-materica, tesa verso il raggiungimento di un valore assoluto ed ideale, che solo una pittura complessa, fatta di materia e anche di scatti gestuali e segnici può offrire: contorni, forme, colature si staccano degli strati colorati, si liberano e crescono visibilmente nell'immagine. Non si tratta di un ritorno alla figurazione, ma di una nuova scoperta della figurazione nata organicamente dalla materia.

Ogni opera di Di Biase ha una vita propria interiore, ed una dimensione personale non ripetibile. Le sue intuizioni, soprattutto quelle del colore interiore, trovano la loro giustificazione sul filo di altri risultati. Infatti la prova della sua coerenza spirituale e del suo valore sta nel fatto che viene raccolta l'emozione che l'artista vuoi suscitare, dandoci con i suoi segni, la sua materia, non simboli ma una visione psico analitica.

Nell'ultimo periodo di Di Biase il procedimento pittorico giunge a ricche stratificazioni, a spessori e grumi e opacità, in un continuo variare superficiale e profondo che caratterizza la tipica astrazione espressionistica: ciò nonostante il rapporto con la realtà sembra essere di essenziale importanza per Vincenzo Di Biase, giacché l'immagine rimane ovunque misura, oltre che origine del processo creativo.


Augusto Monaldi

Debbo anzitutto confessare di essermi avvicinato a questa mostra con un misto di interesse e curiosità. Infatti, se da un lato avevo avuto modo di apprezzare la notevole serietà e professionalità di Vincenzo Di Biase, mio collega presso il "Collegio Nazareno" in tempi purtroppo molto lontani; dall'altro mi lasciava stupito e perplesso il fatto che uno scienziato, un matematico puro innamorato della sua materia, potesse essersi dedicato con uguale passione e successo ad un'attività creativa come la pittura.

Nella mia concezione stereotipata immaginavo strutture rigide, razionalità geometriche, canoni invalicabili, schemi predefiniti. E invece no! Non appena mi sono trovato di fronte alle sue opere, ho dovuto subito, e con grande piacere, ricredermi.

La prima cosa che balena agli occhi è la presenza costante di un linguaggio basato sulle capacità espressive del colore e sul ritmo prodotto dai rapporti reciproci di forme pure.

Nelle tele del Di Biase prevalgono colori chiari, vividi, che fanno percepire sia una profonda serenità, sia una grande energia vivificatrice, che si trasmettono all'osservatore con un benefico effetto terapeutico. Si avverte un ottimismo vitalistico da parte dell'artista che, con un approccio più empirico che razionale, dà la stura al suo spirito creativo, realizzando qualcosa di genuino, spontaneo e sempre diverso. Eppure, in ogni opera, si può riconoscere un'impronta, un 'quid' di peculiare che consente di poterla attribuire - illic et immediate - senza alcuna ombra di dubbio al suo autore.

Tuttavia, non vi è mai alcuna coazione a ripetere, né tantomeno una precisa volontà di "giocare" intorno ad un modello, distaccandosene di volta in volta scientemente con un mero intento commerciale. Vi è, invece, un approccio diretto e intuitivo, definibile come pre-culturale, in quanto privo di qualsiasi interposizione dottrinale, che, del resto, finirebbe per costituire un ostacolo alla primigenia genuinità ditale linguaggio pittorico.

Ritornando ai colori, va detto che si nota qua e là la comparsa di toni più scuri, i quali lasciano trapelare una certa inquietudine. Ciò potrebbe sembrare in piena contraddizione con quanto detto precedentemente sulla sua serenità, ma, riflettendo attentamente, il contrasto è solo apparente. Infatti, la serenità e l'ottimismo caratterizzano la sua "Weltanschauung".

L'inquietudine ha, invece, carattere contingente: nasce dal suo turbamento nell'osservare una società come quella odierna priva di valori e di certezze, che egli ritiene sia avviata verso un inevitabile declino, a meno che non intervenga un ravvedimento globale di carattere etico e spirituale. Di Biase è però convinto che ciò sia possibile soprattutto attraverso la mediazione dell'arte; egli considera, pertanto, suo compito precipuo inviare un messaggio agli uomini con l'intento di migliorare le relazioni esistenti attualmente tra di essi. Il colore svolge una funzione determinante perché è chiamato ad assumere un valore evocativo, che agisca sulla psiche degli uomini, facendo loro riscoprire un intento aggregativo e solidaristico.


Achille Pace

Vincenzo Di Biase nei suoi quadri non è un analitico, ma un lirico, un empirico, un informe. Gli è sufficiente che gli si formi dentro una struttura di comportamento, una disciplina tecnica e mentale che si traduca trasgressivamente in pittura. Sa che per afferrare l'immagine del colore occorre essere libero, spontaneo, diretto. Infatti il suo informe non è irrazionale. Gli atti, i gesti del dipingere gli nascono, credo, più da impulsi liberatori, da un bisogno di liberarsi, senza inibizioni, dalla sua lunga disciplina didattica, per avventurarsi verso ciò che non conosce, per verificare il "dopo".Vuole conoscere le sue possibilità e capacità di costruire spazi e immagini per saperne di più di se stesso, della sua natura di uomo e di pittore. L'ordine formale in Di Biase rimane, comunque, sempre disciplinato secondo la sua origine e formazione. Per questo la sua pittura non ha bisogno di scomodare le teorie dell'arte moderna; ma se queste sono anche presenti nella sua pittura, ciò è segno che l'arte moderna è talmente viva e presente dentro il nostro esistere da far parte integrante della nostra vera storia individuale e collettiva.

Al di là dei programmi linguistici,Vincenzo Di Biase sente internamente il nostro tempo all'unisono con i problemi importanti, quelli appunto che dissociano e travagliano l'individuo e la massa, il pensiero e l'azione, la logica e il suo contrario.


Bruno Regni

Vincenzo Di Biase naviga in un mondo fantastico di colori e di materialità senza peraltro cancellare completamen¬te quell'emozione che un brano, anche se fuggitivo, della realtà che ci circonda gli ha trasmesso.

L'artista riesce ad estrapolare da un qualsivoglia contesto una particella e quella quantità apparentemente infinitesimale diventa universale di un fantastico mondo interiore. Uno scorcio di paesaggio urbano o extraurbano che sia, l'erba che traspare in uno specchio d'acqua, petali di fiore spostati dal vento, ma anche un angolo di casa con una scaffalatura o un riflesso evanescente in uno specchio, tutto diventa ritmo di colori, immagine nuova ed in divenire.


Anna Salvati

Riesce a cambiare quanticamente dimensione per cogliere una ad una, come margherite in un prato, emozioni, sensazioni, amori, per farne un bel mazzo di colori e regalarli a chi, soffermandosi davanti alle sue opere, le guardi con mente aperta e cuore sensibile.

Vincenzo Di Biase è un pittore di intima, luminosa ed intensa spiritualità. I suoi colori e le sue forme avvolgono e trasformano la materia in estasi. Sublimano la quotidianità in sacro esistere. Ed ecco che il quadro sembra espandersi, diventare tridimensionale. Una profondità immensa dove lasciarsi andare per assaporare l'Energia Cosmica.


Aldo Sarullo

Un ordine ribelle (o una disarmonia prestabilita) narrato da un padrone del colore, della grammatica, dell'anima del suo linguaggio.

Artista temibile e umanissimo, Di Biase spazza via le illusioni dei mistificatori su tela e conferma la definitività di un segno classico, ma condannato ad essere futuro per sempre. Infatti continua e continuerà ad aspettare, senza un arrivo, la fragranza umida che contrassegna il tempo passato. E' arte quella di Di Biase e non ha occhi per temere il tempo.


Giuseppe Selvaggi

Viene spontaneo chiedersi dinanzi ai suoi quadri quale inserimento accade, perché è accadimento di forze superiori, dal suo pensiero matematico nel riversamento della fantasia poetica sul quadro.

Fantasma poetico, con accorate intimità rappresentate da curve, fiumane di colori, segreti simboli da decifrare... C'è una voglia di fuga o di nascondere la realtà? Anche i numeri alla fine, come la geometria, sono inafferrabili. Ma il nostro artista, con occhio educato ai ritmi interiori, dispone la sua costruzione, tentato anche dall'informale, con un rigore di danza numerica e geometrica che meriterebbe un'analisi più mirata. La sua pittura rimane dentro lo sguardo del visitatore, che rievocandola cerca altri sensi, suoni, forme addizionali, moltiplicabili. Una danza dell'irrealizzabile tra il rigore della ragione esatta e la necessità del poetico.


Gabriele Simongini

"L'arte è un'avventura in un mondo sconosciuto, che  può essere esplorato solo da coloro che sono disposti a correre qualche rischio". Non intendo usare in modo improprio questa riflessione di Mark Rothko, ma desidero ricollegarmi semplicemente alla forza di suggestione che è implicita in tale pensiero e che, improvvisamente, mi è venuta in mente osservando i quadri di Vincenzo Di Biase. Di fronte alle opere di ogni artista è fondamentale chiedersi sempre se il "principio di necessità" affermato da Kandinsky è stato "rispettato". In altre parole, per Vincenzo Di Biase la pittura nasce da una necessità interiore o è soltanto un passatempo? La seconda ipotesi potrebbe essere superficialmente condivisa nel caso in cui ci si limi¬tasse a considerare l'attività creativa di Vincenzo come un hobby ritagliato nel tempo concesso dal principale lavoro di insegnante. Ma questo sarebbe un giudizio affrettato ed ingiusto. Per Di Biase l'atto del dipingere è un'avventurosa esigenza - ecco il riferimento alla frase di Rothko - che viene ad identificarsi nell'elogio del colore: il quadro diventa allora un campo di energia vitale, radiante ed in espansione, simile ad un'esplosione di ritmi jazz. E, soprattutto, non è uno sfogo sentimentale o puramente emotivo, anche se è innegabile il valore catartico e purificatore inerente alla pittura. Di Biase ha cercato infatti la propria natura creativa confrontandosi con una "storia" ben precisa, fatta di nomi di varia importanza: Kandinsky, Mondrain, Pollock,Tancredi, Corpora, Scialoja e via discorrendo. Così egli ha messo in atto - ma chissà quanto consapevolmente? - un'"iterazione" e ripetizione di modi noti, appunto, attraverso i quali fosse possibile appropriarsi di un linguaggio visivo legato alla linea moderna dell' "astrazione". Di Biase ha scelto col cuore, si potrebbe dire, senza eccessive pause meditative ed intellettualistiche. Ma dall'iterazione è giunta all'invenzione ed al disvelamento della propria necessità artistica. La sua e un indagine dell'occhio" svolta in modo lirico, perché Di Biase, come ha giustamente osservato Achille Pace, "non è un analitico, ma un empirico". Ed è un'avventura: Vincenzo non tollera la stasi, la cristallizzazione dei propri raggiungimenti creativi e si confronta con problemi sempre diversi. La "ripetizione" è stata semplicemente un labirinto in cui inseguire se stesso attraverso certa storia della pittura, come in un gioco di specchi. E stata una presa di coscienza critica, l'anelito ad un arduo confronto svolto nell'hortus conclusus della tela. Cosi, il colore per Di Biase è metafora di vita: e, di volta in volta, delicato come un'alba primaverile, impetuoso come una passione sensuale, vivace come uno squillo di tromba, malinconico come una riflessione sulla solitudine umana. E inutile chiedersi se vi siano memorie di paesaggi o di eventi o di volti cari, in queste opere, anche se è inevitabile - quasi per ogni artista - una trasfigurazione dell'esperienza simbolica del vissuto. L'unico, vero "soggetto" cantato da Vincenzo con raffinato senso cromatico è la vita dello spirito creativo, che si ripete in modo sempre nuovo.


Dante Zinanni

L'antico adagio del tempus edax e dell'invidiosa vetustas sembrano proprio non trovare posto nell'astrattismo nucleare di Vincenzo Di Biase, pittore creativo ed originale quant'altri mai, apparso spiritualmente ardito nella composizione, atomico nell'evoluzione, tenero nel tocco del colore. Uno stile pittorico quello di Di Biase, illuminato dall'esigenza interiore di approfondire lo scavo coscenziale del vivere, concedendosi non all'illusione ma all'emotività sorprendente di variazioni dai mille risvolti. Un'operazione psicologicamente portante, che apre ad itinerari, vitali, propri di chi cerca armonie tese a sintesi d'intenti, a rifrazioni e vibrazioni intense dietro un'ispirazione, che ha radici nel subbuglio dei giorni, dando risposte positive e valide all'opaca desolazione di un certo mondo moderno.